La dieta mediterranea: studi scientifici ed effetti salutistici

La prima ricerca sull’ introito giornaliero e sugli stili alimentari nel territorio del Mediterraneo risale al periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Nel 1948 il governo della Grecia incarica la fondazione Rockefeller di studiare la popolazione della vicina isola di Creta. La popolazione dell’ isola era caratterizzata da un’ incidenza nettamente inferiore di mortalità per malattie coronariche, associata ad una maggiore aspettativa di vita sia per gli uomini che per le donne e ad una minor richiesta di servizi sanitari.

L’epidemiologo Leland Allbaugh diresse le ricerche sottoponendo questionari a ben 128 famiglie durante un lasso temporale di cinque anni indagando gli aspetti della vita pubblica e privata dei soggetti. Le domande analizzavano il tempo dedicato al lavoro, lo stile di vita, l’alimentazione, ma anche i rapporti relazionali nella famiglia. I risultati, pubblicati nel 1953 e discussi direttamente da Leland Allbaugh, dimostrarono quanta importanza era da attribuire all’alimentazione e allo stile di vita. Tali dati vennero poi comparati con quelli relativi all’alimentazione dell’ intera Grecia.

Il totale delle calorie risultò sovrapponibile nei due gruppi di popolazione in studio, mentre si evidenziò un minor consumo di cereali e zucchero ed un elevato consumo di vegetali, frutta e soprattutto una quantità doppia di olio d’ oliva nell’ alimentazione degli abitanti di Creta rispetto a quella degli abitanti della Grecia. Questo importantissimo risultato non fu, però, analizzato in maniera adeguata e solo attraverso i risultati del successivo “Seven Countries Study” si poté dimostrare una correlazione scientifica tra l’uso di olio di oliva e l’incidenza di patologie cardiovascolari.

I dati del Rockefeller Foundation’s Study  vennero confrontati con i dati provenienti da studi analoghi su soggetti americani raccolti, però, in maniera indiretta e il confronto fu solo di carattere puramente informativo e non scientifico. I dati ottenuti misero subito in evidenza una profonda differenza tra l’introito calorico totale proveniente da cibi di origine vegetale che costituivano il 61% della dieta dell’ isola di Creta contro il 37% individuato in America. Nella popolazione cretese l’olio costituiva la maggior componente di grassi dell’alimentazione, mentre la dieta alimentare americana abbondava di uova, carne e molto burro.

L’importanza dei dati raccolti non venne mai valutata pienamente, ma sicuramente la ricerca sui modelli alimentari iniziata con lo studio della fondazione Rockfeller permise di capire quanto la scelta dei cibi potesse incidere sulla salute della popolazione.

Un altro studio “inconsapevole” si verificò durante la Guerra di Corea (1950). Gli anatomopatologi incaricati di condurre le autopsie sui corpi dei soldati rilevarono che circa l’80% dei militari statunitensi aveva depositi aterosclerotici abbastanza diffusi nelle arterie, a differenza dei soldati coreani. Qualche medico ipotizzò che tale differenza potesse avere cause genetiche, ma studi incrociati (eseguiti sottoponendo dei coreani alla dieta tipica americana) dimostrarono che le caratteristiche genetiche della razza non erano responsabili di tutto ciò: i soggetti asiatici che si alimentavano come gli statunitensi presentavano un aumento dei livelli di colesterolo ematico, quindi un fattore di rischio per malattie cardiovascolari.

 Nel 1949 ebbe inizio il primo importante studio prospettico di indagine alimentare con l’obiettivo di rilevare l’insorgenza nel tempo di nuovi casi di malattie cardiovascolari. Lo studio “Framinghan” partì da una raccolta di informazioni sullo stile di vita, le caratteristiche antropometriche e alcuni parametri biochimici su un campione di cinquemila individui ambosessi della popolazione della città americana di Framinghan (Massachusets). I dati ottenuti venivano aggiornati ogni due anni  e, tra tutti i parametri raccolti e analizzati, il valore plasmatico del colesterolo proveniente da fonte alimentare (colesterolemia) risultava essere in stretta relazione con l’incidenza di malattie cardiovascolari.

In seguito, il valore nutrizionale e gli effetti salutistici della Dieta Mediterranea furono scientificamente dimostrati dall’americano Ancel Keys che per la prima volta  fu in grado di documentare una correlazione tra il tipo di dieta ed il rischio di insorgenza di malattie croniche (in particolare malattie cardiovascolari).

Ancel Keys, negli anni ’50, partì dall’osservazione che le popolazioni povere che vivevano in  piccole città dell’Italia meridionale, avevano, contro ogni aspettativa, uno stato di salute migliore rispetto ai ricchi cittadini di New York o ai loro parenti che decenni prima erano emigrati negli Stati Uniti.

Keys ipotizzò che questa condizione dipendesse dal cibo e cercò di convalidare la sua originale intuizione focalizzando la sua attenzione sugli alimenti consumati nella dieta di queste popolazioni.

Così lo scienziato diresse il famoso “Studio dei Sette Paesi” (condotto in Finlandia, Olanda, Italia, USA, Grecia, Giappone ed Yugoslavia) al fine di documentare la relazione tra stile di vita, alimentazione ed incidenza di malattie cardiovascolari nelle diverse popolazioni, riuscendo a dimostrare scientificamente il valore nutrizionale della Dieta Mediterranea ed il suo contributo allo stato di salute delle popolazioni che la adottano.

Da questo studio emerse chiaramente che le popolazioni che avevano adottato uno stile alimentare di tipo Mediterraneo presentavano un minore livello di colesterolo nel sangue e di conseguenza una percentuale inferiore di malattie cardiovascolari. Ciò era soprattutto dovuto all’abbondante uso di olio di oliva, pasta, verdure, aromi, aglio, cipolle rosse ed altri cibi di origine vegetale con un consumo invece moderato di carne.

Il nutrizionista americano descrisse così l’ alimentazione mediterranea: “minestrone fatto in casa…, pasta di tutte le varietà…, con salsa di pomodoro e una spolverata di Parmigiano…, solo occasionalmente arricchita con qualche pezzetto di carne o servita con un piccolo pesce del luogo…, fagioli e maccheroni…,tanto pane, mai tolto dal forno più di qualche ora prima di essere mangiato e senza nulla con cui spalmarlo, grandi quantità di verdure fresche spruzzate con olio d’oliva, una modesta porzione di carne o pesce forse un paio di volte alla settimana e sempre frutta fresca per dessert”.

Nel 1959 Keys, alla luce delle evidenze scientifiche emerse dallo studio, recensì un ricettario contenente le principali indicazioni alimentari e di stile di vita per ridurre il rischio cardio-vascolare nella popolazione americana. Tali indicazioni rappresentarono il prototipo per lo sviluppo delle linee guida alimentari sviluppate negli anni ’90 dal governo USA.

Un altro studio condotto dal 1963 al 1965 dall’EURATOM (Commissione europea per l’energia atomica) fornì dati interessanti sull’introito alimentare nelle regioni del Mediterraneo ed in altre regioni europee. Vennero intervistate 3275 famiglie in 11 regioni (in Italia parteciparono allo studio il Friuli, la Campania e la Basilicata) di 6 paesi europei al fine di identificare alimenti che potessero essere fonte di contaminanti radioattivi.

Dallo studio emersero differenze significative sul diverso stile alimentare nelle regioni italiane. L’alimentazione nelle aree mediterranee era caratterizzata da un più elevato apporto in cereali, verdure , frutta e pesce e da un minore apporto in patate, carne, prodotti caseari, uova e dolci.

Anche l’apporto in grassi evidenziava delle differenze: il consumo di burro e margarina era di gran lunga superiore nelle regioni del nord; al sud invece il principale grasso era rappresentato dall’olio di oliva e la margarina non era affatto utilizzata.

Considerati globalmente, i dati di questo studio forniscono ulteriori evidenze che la Dieta Mediterranea della metà degli anni ’60 era basata essenzialmente su alimenti vegetali e che l’olio di oliva rappresentava il grasso principale.

Dal primo studio condotto da Key ad oggi, numerose ricerche sono state condotte per analizzare l’associazione tra il tipo di dieta e l’insorgenza di malattie croniche. Inoltre, da metà anni ’90, si è sviluppato un nuovo filone di ricerca per studiare la relazione tra abitudini alimentari e longevità.

In generale, ciò che emerge è che la Dieta Mediterranea conferisce un fattore di protezione contro le più comuni malattie croniche attraverso l’elevato consumo di verdure, legumi, frutta fresca e secca, olio di oliva, cereali (il 50% integrali), moderato consumo di pesce e latticini (soprattutto formaggio e yogurt) e basso consumo di carne rossa, carne bianca e dolci.

Numerosi trials clinici hanno dimostrato che la Dieta Mediterranea riduce il rischio di malattie cardiovascolari e di sindrome metabolica. In particolare è stata evidenziata una significativa riduzione della circonferenza addominale, un aumento delle HDL (il cosiddetto “colesterolo buono”), una riduzione dei trigliceridi, una riduzione dei valori della pressione arteriosa ed anche dei livelli di glicemia.

Comunque, dobbiamo sottolineare che la Dieta Mediterranea non è di per sè in grado di dare i benefici che abbiamo appena elencato se nel contempo il soggetto non modifica altri fattori di rischio (chiaramente quelli modificabili).

Infatti le malattie cardiovascolari non sono solo causate da errate abitudini alimentari, che comunque hanno un ruolo importante, ma anche da altri fattori quali ad esempio una ridotta o assente attività fisica, un eccessivo introito calorico rispetto ai fabbisogni energetici dell’individuo, la presenza di malattie metaboliche come il diabete e l’obesità, lo stress, il fumo di sigaretta, alti livelli ematici di omocisteina o di trigliceridi.

Per prevenire le malattie cardiovascolari è pertanto imperativo non solo seguire una dieta bilanciata, come è appunto la Dieta Mediterranea, ma anche adottare uno stile di vita salutare così come Ancel Key aveva già indicato.





Programma di Sviluppo Rurale Puglia 2007-2013
Asse IV – Fondo FEASR– Misura 421
Progetto di cooperazione transnazionale “LEADERMED”:
TUTELA E VALORIZZAZIONE DELLE CULTURE LOCALI SULLA DIETA MEDITERRANEA


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