Falò di S. Giuseppe - Locorotondo

Pubblicato il 20/5/2015 da Graziana Semeraro



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Descrizione


Non è mai esistita una società senza “festa”. La parola festa indica un momento diverso del tempo, in cui l’esperienza del sacro si fa particolarmente commovente e immediata attraverso la celebrazione di determinati riti. Le feste accompagnano l’atto di inizio di ogni tipo di attività umana, il ciclo della vita individuale, l’inizio delle stagioni, implicando il compimento di azioni rituali, quali processioni, banchetti, spettacoli, e l’osservanza di prescrizioni o divieti, spesso alimentari, che modellano uno stile di vita diverso da quello quotidiano. La Valle d’Itria era ed è un territorio a forte vocazione agricola, in cui le tradizioni rurali mantengono ancora un ruolo principale nel calendario festivo.  Pertanto si è deciso di presentare alcuni esempi significativi per ognuno dei tre comuni appartenenti alla Valle d’Itria. La festa di san Giuseppe evoca miti e rituali lontani. E’ una festa di chiesa, di piazza e di casa, il cui fine ultimo è sostanzialmente quello di inaugurare un nuovo anno mediante riti di propiziazione. La festa scandisce le fasi del calendario, un calendario che si accompagna ai ritmi e ai modi di produzione; in tale scenario la festa indica anche la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, quindi il ripetersi degli stessi cicli e degli stessi fenomeni di morte e di rinascita della natura[1]. A tal proposito San Giuseppe è definito un santo equinoziale, in quanto nelle celebrazioni cosmiche della natura, il 19 marzo è a tutti gli effetti la vigilia dell’equinozio di primavera.

 

IL FUOCO

Elemento centrale del rito e simbolo di fertilità è il fuoco. L’uso cerimoniale del fuoco è largamente presente in tutta l’area euro-mediterranea[2]. Sul significato dei falò si è molto disquisito e sono state formulate alcune ipotesi, come quella, che si addice al nostro caso, in cui è facile intravedere nel fuoco il simbolo purificatore dei mali che ci lascia la vecchia stagione e l’auspicio di fecondità rivolto alla nuova[3]. È innegabile che il falò di San Giuseppe possieda anche una valenza pratica, oltreché simbolica, in quanto si configura come pratica consolidata e condivisa per bruciare i resti delle potature delle piante.

Nella tradizione locale, in particolare a Locorotondo, i falò di San Giuseppe mantenevano prioritariamente l'accezione agricola e in particolare avevano una dimensione privata e di vicinato, infatti molteplici erano i falò accesi da singole famiglie o nelle aie e 'jazzili'[4]  presenti negli agglomerati abitativi rurali. In questi 'jazzili' gli abitanti allestivano il falò di San Giuseppe e si riunivano per fare festa, in particolare ci raccontano gli anziani se “erano presenti tanti Giuseppe”.

Oggi si accendono ancora molti falò. Molti si organizzano autonomamente, pertanto non è difficile imbattersi in qualche falò acceso agli incroci o nelle proprietà private in campagna. La tradizione del falò di San Giuseppe è onorata inoltre da tre associazioni: Mancini e Dintorni, Il Paese delle Contrade e Fenalc[5].

Il falò di san Giuseppe - una struttura conica fatta con legna accatastata che raggiunge i 10-15 metri di altezza - è composto da residui della vite e della vigna. In passato, essendo questi residui indispensabili per la gestione domestica, in quanto impiegati per accendere il fuoco sia per cucinare che per riscaldarsi,  e data la scarsa disponibilità economica, si usava andare nei boschi a raccogliere 'le ramagghje', ramaglie e cespugli di rovi. Quest'ultimi erano particolarmente ricercati in quanto facilmente infiammabili e quindi estremamente funzionali per dare l'avvio al fuoco e propagarlo in tutta la catasta. Tale operazione era affidata ai giovani residenti nelle contrade. Oggi oltre ai residui di potatura si utilizzano rami di pino e materiali in legno di risulta. La creazione della catasta richiede molta cura nella disposizione della legna, soprattutto se grande e composita, inoltre dalla tecnica di costruzione dipende la maggior durata della fiamma. In origine la catasta veniva costruita a mano con l’ausilio di lunghe scale per posizionare al meglio la legna, oggi si utilizzano per lo più metodi meccanici. La costruzione del falò necessita di molto tempo pertanto la catasta viene preparata alcuni giorni prima del 19 marzo. Il giorno di San Giuseppe, al termine della funzione religiosa, si procede all’accensione del falò attorno cui si radunano tutti i convenuti in attesa di questo momento, quindi dinnanzi al divampare delle fiamme si consuma il pasto appositamente preparato, ad accompagnare il quale non può certo mancare un bicchiere di vino.

 

IL CIBO

Oggi, come in passato, la gente si sofferma lungamente intorno alle fiamme a mangiare e bere, discutendo e salutando gli amici; ecco come un rito sacro diviene momento di coesione sociale. La tavolata è momento di aggregazione sociale, infatti vede la collaborazione del vicinato, dei parenti, di amici e di tutta la comunità. Il pasto rituale ha una funzione socializzante, “la commensalità e il rito di mangiare e bere insieme è chiaramente un rito di aggregazione”, mangiare insieme è istituire un sacramento di solidarietà che lega i partecipanti. Secondo la tradizione i cibi serviti durante il falò erano alimenti poveri tipici della cucina contadina come “fave a nasidd”-  fave cotte con la buccia, cipolla,  olio, sedano e finocchietto selvatico, la farinella, ceci arrostiti “cicere fritt”, pasta e ceci e cicorielle di campo. Alcuni di questi alimenti hanno un significato simbolico e rituale: la pasta e ceci ad esempio, per i colori bianco e giallo che la caratterizzano, rappresenta il fiore tipico della primavera, il narciso, così come le erbe di campo simboleggiano la rinascita della terra. La farinella è composta essenzialmente da uno sfarinato di ceci e orzo pestati e tostati. La sua origine è prettamente rurale, in quanto unico pranzo consumato da generazioni di contadini durante i duri lavori dei campi e portato appeso alla vita in un sacchetto di tela. Di più recente tradizione sono le zeppole di San Giuseppe. Si narra che durante la  fuga in Egitto della Sacra Famiglia,  Giuseppe per sfamare Maria e Gesù vendette  frittelle in terra straniera. Da qui il simpatico nomignolo di “frittellaro”, già diffuso forse in epoca romana. Queste frittelle sono diventate poi dolci dedicati a tutti i papà in diverse zone d’Italia. Tradizionalmente, esente dal banchetto era la carne, poiché la festa ricadeva nel periodo quaresimale in cui prevale il divieto di mangiarla, ma ciò era dovuto anche alla poca disponibilità, in passato, di questo alimento spesso assente nei banchetti rituali.

In conclusione se il cibo è cultura, ed attraversando la storia rappresenta anche l’identità di un luogo e della sua gente, simili piatti rappresenta lo spartiacque tra il vecchio ed il nuovo, cioè tra un’alimentazione arcaica e autoctona del bacino del Mediterraneo, come fave, ceci e orzo, e una moderna, cioè tutta quella che è venuta a crearsi dopo la scoperta del nuovo continente, ovvero un nuovo modo di cibarsi: basti pensare al pomodoro portato in Italia intorno al 1500, ma utilizzato come alimento solo verso il 1700. 



[1] Le feste agrarie, in cui tempo vitale e agronomico e tempo festivo coincidono, possono essere interpretate come riti di propiziazione.

[2] “Le cerimonie del fuoco si svolgono intorno ad alcuni momenti del calendario rituale cristiano. Esse consistono in un insieme di pratiche che procedono dall’accensione di uno o più falò alle processioni di torce, fino ai balli intorno al fuoco.” F. Giallombardo, Festa orgia e società, Flaccovio, Palermo 1990.

[3] Secondo altre interpretazioni il falò è simbolo della luce. E’ il simbolo della presenza di Cristo, perché la luce simboleggia Cristo nella cristianità; inoltre, a Pentecoste lo Spirito Santo è sceso sugli apostoli e i presenti sotto forma di lingue di fuoco, quindi il fuoco rappresenta non solo la presenza di Cristo, ma anche dello Spirito Santo. La vampa di san Giuseppe ha quindi lo scopo di simboleggiare la presenza di Cristo nella vita di san Giuseppe, che è uomo pieno di Spirito Santo ed è colui che lo porta “in festa”.

[4] 'U jazzile' era luogo aggregante, una sorta di piazza della nostra civiltà contadina, dove nei momenti forti della vita umana la solidarietà e il senso di comunione e condivisione prevaleva su tutto.

[5] L'Associazione Mancini e Dintorni organizza lo storico Falò di San Giuseppe nella splendida cornice architettonica dell'Aia di Mancini. Il Paese delle Contrade  accenderà il falò in Contrada Cucinella, presso la Masseria Cucinella. Infine in contrada Malzo c'è l'accensione del falò di San Giuseppe ad opera di Martino Caroli, presidente della Fenalc.








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